Un bel terzetto

4.5
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L'appuntamento era fissato alle 16:00 ma per via di una tignosissima scimmia, Carlo “Rodman” Di Cosimo, riuscì a convincere gli altri ad anticipare di una mezz'oretta il rendez-vous. Li avrebbe aspettati in casa. Un attico al quinto piano in viale dei giardini. Il Di Cosimo, 19 anni appena compiuti, era conosciuto da tutti con quel soprannome perché coltivava da tempo la mania del decolorarsi i capelli. Come il suo giocatore preferito. Il suo idolo. Dennis Keith Rodman, vincitore per sette volte consecutive della classifica rimbalzisti NBA. A suo padre Ugo, psicologo di 50 anni, questa cosa non era mai andata giù. E' evidente sia dovuto ad un tuo malessere interiore. Emulare qualcuno vuol dire soprattutto non avere fiducia in se stessi, gli disse una volta. Quella volta i Bulls avevano vinto la lega e sulla sua testa spuntava un toro che sbottava fumo dalle narici.
Era una famiglia normale quella dei Di Cosimo. Padre severo ma non troppo, psicoterapeuta adleriano, esteta distinto; madre isterica e perennemente agitata. Qualità accentuate forse dai suoi ormai vent’anni di lavoro come impiegata in un ufficio delle poste; figlio viziato, amante smodato quasi maniacale della pallacanestro e di tutto ciò che in generale riguardasse il mondo dell' NBA; e poi Debbi. Adolescente precoce/procace, sogno proibito di molti giovanotti, post-adolescenti, uomini maturi, anziani e un paio di cani che abitavano il rione.
La scuola era finita da poco. Il richiamo della natura selvaggia e un'aria cittadina irrespirabile spingevano ogni anno la famigliola a portare le proprie spoglie grondanti in campagna. Qualche giorno in compagnia dei parenti. Il tempo di organizzare meglio la vacanza che, puntualmente come da rituale estivo, veniva trascorsa “tutti insieme”.

Scena 1. Casa Di Cosimo.

Sulla parete della sala, appesa a un cordoncino, una maschera in legno ricordava a tutti la meta dell'estate passata. Messico. Si affacciava tra gli innumerevoli suppellettili collezionati un po' per vanteria e un po' per rievocazione dei dolci ricordi. Accanto ad essa, due lancette incastonate in un vetro di Murano ricordavano a Carlo che erano le 15:20. La scimmia invece di tranquillizzarsi, cominciò a saltellare più freneticamente. I suoi amici, compari e fratelli di sempre, sarebbero arrivati di lì a poco. Carlo accartocciò la pagella scolastica. Mirò, e con un gesto quasi meccanico delle mani lanciò la pallina. Questa, rotolò nell'aria prima di finire nel retino di un piccolo canestro incollato in un angolino della cucina. Poi cadde, con un movimento evidentemente studiato e previsto, nel cestino della spazzatura sottostante. Il ragazzo ci sapeva fare, ma la genetica gli proibiva di mirare più in alto dei canestri disseminati nelle palestre della provincia . Un metro e sessantacinque di altezza lo avevano incastrato. Forse era anche per questo che ce l'aveva con suo padre. Ad ogni modo quel giorno, si sentiva un gigante. Il quarto liceo finalmente superato. La famiglia fuori dalle scatole per un po', e gli amici con il loro carico da novanta pronti ad arrivare. Cosa poteva volere di più? Quando hai diciannove anni la vita ha altre prerogative. Driiiin.
La scimmia anticipò Carlo nel premere il pulsante del citofono, poi lo accompagnò in camera. Lasciarono la porta d’ingresso socchiusa. C’era un poster di Rodman che schiacciava con prepotenza issandosi su un nugolo di avversari, aprì il cassetto. Prese l’indispensabile.
E’ permesso?
Avanti - gridò, poi si affacciò e li raggiunse, bella raga, si strinsero la mano come fanno i ragazzi di colore nei ghetti o i rapper americani. Erano euforici.
Eccoli lì. Tre giovanotti convinti del fatto loro. Tre giovincelli che volevano festeggiare l’inizio delle meritate vacanze. Eccolo, Giacomino detto “Serio”, padre meccanico, madre casalinga. Una forza della natura. Sempre pronto a replicare, con insulti, insinuazioni, battutine e frecciatine indirizzate chissà a chi. Compagni o professori che fossero. “Serio” era la sfrontatezza fatta a persona. Incarnata in un metro e ottanta di sorriso smaliziato e un viso da Lupin terzo. L’altro era Frà detto “L’Avvocato”, mingherlino, occhialuto, sballato ma con moderazione. Era il colto della comitiva. Poteva prendere un quattro in filosofia se non aveva voglia di studiare ma fidatevi, nel giro di pochi giorni sarebbe stato capace di rimediare con un otto mettendo a tacere anche i più incalliti secchioni. Aveva un bel macigno sulla sua testa. Quando sei il figlio di un grosso avvocato, ricco e rinomato avvocato, beh hai come la sensazione che una voce dentro di te ti dica continuamente ehi ragazzino datti una mossa se vuoi diventare come tuo padre. Perché tu devi diventare come tuo padre, lo sai questo vero? Fidatevi di me: non è affatto una bella sensazione. E così Frà rimaneva appeso in bilico tra un’aria da bravo ragazzo, studioso e borghese e una da fattone naif.
Un bel terzetto, se avessero preso parte allo street-ball cittadino. Si sarebbero divisi così i compiti: Serio avrebbe fornito i falli dagli avversari con il suo fare canzonatorio; L’avvocato avrebbe fatto presente all’arbitro che alla base dello sport c’è il rispetto dell’avversario - forse avrebbe disquisito anche sulle norme di sicurezza poco regolari dell’organizzazione - e Carlo Rodman Di Cosimo avrebbe mirato dai tre punti un pallone “a ciuffo” storcendo di poco le gambe, piegandosi e infine sparando nella retina. Il tutto con una lingua beffarda che gli penzolava fin sotto al mento. Imbattibili.
Ora erano lì, esaltati a rullare la prima canna d’erba. A testa.

Scena 2. Famiglia Di Cosimo.

- Possibile che tu abbia dimenticato le chiavi della casa in campagna Debbi?! Possibile? Cerca meglio in quella borsetta su, su. Su Debbi, su… - la signora Di Cosimo era molto contrariata. Come sempre.
- Nella borsa non ci sono, ho già controllato… mamma non è colpa mia se ho dovuto fare tutto di fretta e poi perché deve prenderle sempre io ste benedette chiavi?!
- Ah povera, ha fatto tutto di fretta per mettersi il rossetto, la minigonna, le scarpette … ah bé, ora si è messa pure le cuffie nelle orecchie. Buonanotte!
- Calma, calma. Debbi, dare dei compiti a qualcuno vuol dire anche avere fiducia in quel qualcuno. Dobbiamo forse colpevolizzare la mamma perché nutre fiducia nei tuoi confronti? Eh? - papà Ugo cercava di mediare con la solita autorità ingessata.
- Non ti sente Ugo. C‘ ha Madonna sparata nelle orecchie. Beh insomma torniamo indietro, avanti. Dovevamo essere i primi e invece torneremo domani. Quando ci saranno già gli altri dieci scassa palle…
- Tesoro, ti prego. Non è successo niente di grave - accese lo stereo. Traccia numero cinque. La bambola.

Debbi mise su un broncio infantile. Sua madre cominciò a rimproverarle di portarsi sempre dietro una zavorra inutile di rossetti, specchietti, trucchi e gingilli vari. Papà Ugo intanto provò ad avvertire Carlo del cambio di programma e che sarebbero rientrati in casa nel giro di un'ora. Il telefono di casa risultò staccato. Il cellulare irraggiungibile. Wind, servizio di segreteria telefonica…

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