Cannes. Anno zero.

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La spiaggia di Cannes era un carnaio ardente. Decine e decine di uomini e donne riversati su asciugamani decorati. Topless e bikini coraggiosi. Profumi esotici provenienti da boccettine di unguenti e da baguette farcite. Mandrie di incantevoli ragazzine allungate in pose raffinate. Chilometri di asciugamani dispiegati l’uno accanto all’altro. Palloni, palline, bocce, ombrelloni e sdraio belle epoque. Uomini abbronzati fino all’eccesso. Ma quello è un magrebino o un milanese arrostito? Sprizzi, spruzzi, sudori e parole crociate. Un caldo da microonde. Alle nostre spalle la Croisette, con i suoi lussi e i suoi eccessi, i Casinò e i suoi bolidi rumorosi. Solo tuffandoci in quell’acqua limpida e fresca, lontani da quella eccentrica baraonda eccessiva ed invadente, ci sentivamo a nostro agio. Due olivette verdi immerse in un bicchiere di Martini bianco.

Era da un po’ che avevamo notato la ragazza bruna. Bel fisico prosperoso. Alla Loren come dissi sgomitando Gianni per condividere con lui l’amabile visione. Erano voti alti quelli meritati dalla signorina nella pagella compilata da noi minuziosi scrutatori. Anche la dama un’ asciugamano più avanti non era da meno. Bionda. Fisico asciutto e delicato. Tatuaggetto morbido sulla schiena. Si parlavano le due e si scambiavano di tanto in tanto sbadigli e sguardi annoiati. Accanto a quelle due donne, un uomo dalle sembianze molto simili ad un tricheco spiaggiato e un figuro grugnante ricoperto qua e là da tatoo improbabili cuocevano al sole come un gamberone scongelato e un hamburger malsano su un quadrato di pietra ollare. Ci piaceva guardare tutte quelle bellezze in mostra. Così, tanto per fantasticarci un po’ su. In ogni caso, dopo cinque minuti, si cominciava con le solite teorie sulla bellezza e il potere. Sulle belle donne senza un minimo di gusto in fatto di uomini. Sempre pronte a badare al portafoglio, al muscoletto o al limite all’accento straniero dell’uomo di turno. Insomma, il solito modo per giustificare la nostra pancetta spensierata, i soldi investiti nelle nostre iscrizioni universitarie piuttosto che in attività remunerative e infine il nostro nichilismo cronico capace di renderci pigri persino in fatto di figa. Sta di fatto che qualcosa, in quelle teorie dettate da anni di sperimentazione sul campo, cominciò a scricchiolare. Pareva sempre più evidente che la brunetta, molto più che spesso, si girasse nella nostra direzione per lanciarci sguardi che si scagliavano come caramelline mielate da cogliere una ad una in bocca, aprendola e poi succhiando. Una goduria. Io e Gianni ci rendemmo conto che non era una visione quella. La brunetta dopo poco si alzò. A dire il vero tutto il suo corpo si alzò. Il suo culetto, le sue cosce sode e i suoi seni meringati alla vaniglia si alzarono in un movimento che per qualche frazione di secondo invertì il moto terrestre provocandomi un leggero senso di vertigine. Anche i suoi capelli si alzarono prima di ritrovarsi legati in una coda da un elastico nero. Prese un bagno, dopodiché si fermò sulla battigia e cominciò a proferire con la sua amica. Ricordo che, già da qualche minuto, ero impelagato nella ricerca affannosa di definizioni crociate. Quindici orizzontale: La capitale della Birmania. Gianni si godeva il suo lettore che gli sparava note nelle orecchie - conoscendolo, sicuramente jazz - intervallando sbirciatine al suo Edgar Allan Poe ad altre, più furtive, alle due donne. Fu lui a sfiorarmi la caviglia per rapire la mia attenzione mentre mi compiacevo di aver concluso lo schema delle mots croisés. Di fatto il mio compiacimento divenne ancor più intenso fino ad esplodere in un piacere mistico, una sorta di alchimia che mi iniettava positività nelle vene. Era evidente che le bellezze stessero parlando di noi. Gianni ricambiò uno sguardo piacente e spontaneo alla biondina. Mi alzai scrutando un bateau sparire all’orizzonte. Guardai per un attimo Gianni. Mi diressi verso la battigia. La raggiunsi e dopo essermi immerso per metà nel Martini freddo, mi tuffai lasciandomi attraversare da quel liquido rinfrescante. Qualche bracciata. Poi uscii dall’acqua. Ricordo benissimo che passando accanto alle due sirene percepii qualche frammento di parola provenire dalla loro bocca. Rimasi spiazzato. Parlavano un ottimo italiano. Capii quindi che fossero della nostra stessa patria. La situazione non mi sembrò più a nostro vantaggio. Ne parlai con Gianni. Molto più sommessamente di quanto avevamo fatto in precedenza. Non potevamo rischiare di farci sentire ora che avevamo la certezza che fossero italiane. Convenimmo fosse un dispiacere. La solita sfiga.
Quello che pensavamo con convinzione era che anche loro fossero convinte noi fossimo stranieri. Francesi, inglesi, svedesi o arabi. Si, perché il maschio estero, come la donna estera, attira e arrapa molto di più di quello nostrano. Assioma numero cinque del capitolo primo. Teorie e sistemi dottrinali sulla figa. Quel qualcosa, che fino a poco prima sembrava scricchiolare, adesso non stava più in piedi. Poi i due maschi si alzarono e raggiunsero le loro proprietà private, e tettute, in riva al mare. Non ci feci caso fino a quel momento ma quando li ebbi lì, in piedi accanto a quei due fondoschiena sconvolgenti, mi resi conto di quanto fossero catorci quegli uomini. Quello pieno di tatuaggi e muscoloso aveva un accento romano. Si, ora ne eravamo certi. Erano due coppie di italiani in vacanza. Fidanzati. Le due ragazze sembrava distanti anni luce da quei due rottami - come suggerì Gianni azzeccando la definizione - Quattordici verticale: Detriti, cocci. Il mio amico si alzò per buttarsi in mare. Forse per il caldo, forse per lo sconforto. Forse per tutt’e due. In quello stesso momento un uomo barbuto - magari mandato da qualche Dio impertinente - si avvicinava con uno scatolo gridando ad alta voce amandes! Vidi l’omone-tricheco con una collana d’oro, un crocifisso che pendeva sul petto peloso, avvinghiare la bruna. Fu l’ultima cosa che distinsi prima di stendermi pancia in sotto e chiudere i miei occhietti stanchi. Udii voci italiane provenire dalla riva. Udii la voce di Gianni parlare e spiegare che le amandes non erano altro che mandorle. Udii il suono flautato di una delle due ragazze ringraziare e poi ridere. Udii ancora chiacchierare quegli italiani tamarri in vacanza con due sventole molto probabilmente celebro lese - ecco che si palesava il mio completo accordo con le teorie e i sistemi dottrinali, il mio orgoglio ottuso e nullista e il mio rosicare. Si, forse quest’ultimo si palesava più di tutti -. Udii ancora Gianni. Sempre più abile nel guadagnare punti in simpatia, saggezza, senso pratico e fiuto del gol. Fece concludere l’affare delle mandorle ai quattro. Ritornò dopo poco, risvegliandomi dal torpore. Non fui molto sorpreso quando mi comunicò che aveva fatto amicizia con le due coppie. Mi disse che le ragazze insistevano nell’invitarci a fare un bagno con loro. Questo mi meravigliò molto di più. Cosa poteva esserci di divertente nel prendere un bagno con due strafighe mostruose e i loro corrispettivi fidanzati per i quali nutrivo già un forte senso di odio misto a ripugnanza? Mi convinsi comunque. Fu facile dato che la bruna, dalla battigia, mi squadrò ancora. Respirai profondamente. Mi alzai e li raggiungemmo. Alessandra e Marina. La bionda e la bruna. Saverio e Michele. Il manzo e il bovino. Marina mi strinse la mano con decisione mentre si presentava. Anche Michele lo fece, ma per via della sua rozzaggine e della sua manona da un chilo. Sembrava una bistecca alla fiorentina. Saverio rimase sulle sue. Un’aria da sufficienza. Aveva un fisico scolpito.
Ci buttammo in acqua tra lo scetticismo di noi uomini. Si vedeva che era una cosa fatta così, tanto per fare. Un tentativo di fare amicizia e “fare gruppo” tra italiani all’estero. Immaginavo già che tutto sarebbe finito una volta usciti dall’acqua. Ciao, ciao e arrivederci. Le due ragazze però sembravano contente. C’era un grande feeling tra di loro. Ridevano, scherzavano. Noi dietro a nuotare. Come quattro pescatori inseguono due salmoni norvegesi di prima qualità. Michele, dopo un po’, cominciò ad avere difficoltà natatorie. In effetti era contro natura. Era come pretendere da una cinquecento scassata e carica di bagagli di salire su per strade ripide e tortuose. Le ragazze insistettero, dicendo che volevano spingersi ancora più in là. Guardavo quell’uomo che annaspava pur di fare piacere alla sua donna e mi fece pena. Saverio, invece, nuotava tranquillamente. Tirava giù come un delfino. Non so cosa pensasse Gianni in quei momenti, ma mi pareva contento. Forse, quella biondina, lo aveva già stregato. Chissà. Arrivammo in un punto molto lontano dalla riva. Vedevamo sulla spiaggia puntini invece che sagome ormai. Marina propose di fare un po’ di immersione. Una gara di apnea. Ricordo bene le sue parole, come ricordo bene quei seni vigorosi proiettati verso di me mentre mi guardava sorridente. Saverio non se lo fece ripetere due volte. Fu allora che Alessandra fece cenno a Gianni di immergersi con lei. Rimasero sotto per un po’. Tutti e tre. Io, la sirena e il balenottero, intanto, facevamo il morto a galla. Era passato già un po’ di tempo. Non ricordavo le capacità toraciche e polmonari del mio amico ma ad ogni modo l’ atteggiamento di Marina mi turbò. Sembrava controllarsi spesso intorno. Quando riemersero, vidi solo Gianni ed Alessandra. Tossirono con forza e ripetutamente. Io rimasi per un istante freddo. Non capivo cosa stesse succedendo. Forse non volevo capire. Michele chiese dove fosse Saverio. Poi vidi Marina ed Alessandra avventarsi su di lui. Lo spinsero con forza sotto. Anche Gianni si accanì contro di lui. Michele si dimenò e il mio amico beccò una gomitata sul mento. Allora intervenni io. Cominciai a spingere sotto quell’omone grasso. Cominciavamo a scendere piano, piano. Alessandra aveva colpito con una pietra quell’uomo. Probabilmente una pietra presa poco prima nel fondale. Io, Gianni e la ragazza bionda spingevamo il corpo senza sensi di quell’uomo, giù in profondità. Raggiungemmo degli scogli sul fondo di quella zona di mare. Vidi il corpo di Saverio, anch’esso senza sensi, incastrato tra dei massi. In poco tempo incagliammo anche il corpo di Michele. Poi risalimmo su. Un lunghissimo respiro. Tossii con tutta la forza che avevo in corpo. Marina ci aspettava lì. Dopo qualche istante, una scossa adrenalinica percorse la mia schiena. I miei nervi si drizzarono in piedi. Cominciai a ridere istericamente. Prima Alessandra, poi Gianni e Marina cominciarono a fare lo stesso. Avevamo ucciso due uomini, ma la sensazione che avevo addosso era come il tremito che ti percuote dopo un birrone ghiacciato buttato giù tutto di un sorso. Vedevo già Alessandra e Gianni baciarsi con frenesia. Marina mi si avvicinava con aria eccitata. Quando fu a meno di un metro da me, si fermò e si slacciò il costume di sopra. Vidi le sue protuberanze stringersi al mio petto. Le sue braccia avvinghiarsi al mio collo. La ficcai la lingua in bocca e le strinsi le cosce. Poi le chiesi: Cosa cazzo abbiamo combinato? Ridemmo di gusto, e mi piacque ancora di più. Si levò anche il pezzo di sotto.

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