Cannes. Anno zero.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3.2 (5 voti)

La spiaggia di Cannes era un carnaio ardente. Decine e decine di uomini e donne riversati su asciugamani decorati. Topless e bikini coraggiosi. Profumi esotici provenienti da boccettine di unguenti e da baguette farcite. Mandrie di incantevoli ragazzine allungate in pose raffinate. Chilometri di asciugamani dispiegati l’uno accanto all’altro. Palloni, palline, bocce, ombrelloni e sdraio belle epoque. Uomini abbronzati fino all’eccesso. Ma quello è un magrebino o un milanese arrostito? Sprizzi, spruzzi, sudori e parole crociate. Un caldo da microonde. Alle nostre spalle la Croisette, con i suoi lussi e i suoi eccessi, i Casinò e i suoi bolidi rumorosi. Solo tuffandoci in quell’acqua limpida e fresca, lontani da quella eccentrica baraonda eccessiva ed invadente, ci sentivamo a nostro agio. Due olivette verdi immerse in un bicchiere di Martini bianco.

Era da un po’ che avevamo notato la ragazza bruna. Bel fisico prosperoso. Alla Loren come dissi sgomitando Gianni per condividere con lui l’amabile visione. Erano voti alti quelli meritati dalla signorina nella pagella compilata da noi minuziosi scrutatori. Anche la dama un’ asciugamano più avanti non era da meno. Bionda. Fisico asciutto e delicato. Tatuaggetto morbido sulla schiena. Si parlavano le due e si scambiavano di tanto in tanto sbadigli e sguardi annoiati. Accanto a quelle due donne, un uomo dalle sembianze molto simili ad un tricheco spiaggiato e un figuro grugnante ricoperto qua e là da tatoo improbabili cuocevano al sole come un gamberone scongelato e un hamburger malsano su un quadrato di pietra ollare. Ci piaceva guardare tutte quelle bellezze in mostra. Così, tanto per fantasticarci un po’ su. In ogni caso, dopo cinque minuti, si cominciava con le solite teorie sulla bellezza e il potere. Sulle belle donne senza un minimo di gusto in fatto di uomini. Sempre pronte a badare al portafoglio, al muscoletto o al limite all’accento straniero dell’uomo di turno. Insomma, il solito modo per giustificare la nostra pancetta spensierata, i soldi investiti nelle nostre iscrizioni universitarie piuttosto che in attività remunerative e infine il nostro nichilismo cronico capace di renderci pigri persino in fatto di figa. Sta di fatto che qualcosa, in quelle teorie dettate da anni di sperimentazione sul campo, cominciò a scricchiolare. Pareva sempre più evidente che la brunetta, molto più che spesso, si girasse nella nostra direzione per lanciarci sguardi che si scagliavano come caramelline mielate da cogliere una ad una in bocca, aprendola e poi succhiando. Una goduria. Io e Gianni ci rendemmo conto che non era una visione quella. La brunetta dopo poco si alzò. A dire il vero tutto il suo corpo si alzò. Il suo culetto, le sue cosce sode e i suoi seni meringati alla vaniglia si alzarono in un movimento che per qualche frazione di secondo invertì il moto terrestre provocandomi un leggero senso di vertigine. Anche i suoi capelli si alzarono prima di ritrovarsi legati in una coda da un elastico nero. Prese un bagno, dopodiché si fermò sulla battigia e cominciò a proferire con la sua amica. Ricordo che, già da qualche minuto, ero impelagato nella ricerca affannosa di definizioni crociate. Quindici orizzontale: La capitale della Birmania. Gianni si godeva il suo lettore che gli sparava note nelle orecchie - conoscendolo, sicuramente jazz - intervallando sbirciatine al suo Edgar Allan Poe ad altre, più furtive, alle due donne. Fu lui a sfiorarmi la caviglia per rapire la mia attenzione mentre mi compiacevo di aver concluso lo schema delle mots croisés. Di fatto il mio compiacimento divenne ancor più intenso fino ad esplodere in un piacere mistico, una sorta di alchimia che mi iniettava positività nelle vene. Era evidente che le bellezze stessero parlando di noi. Gianni ricambiò uno sguardo piacente e spontaneo alla biondina. Mi alzai scrutando un bateau sparire all’orizzonte. Guardai per un attimo Gianni. Mi diressi verso la battigia. La raggiunsi e dopo essermi immerso per metà nel Martini freddo, mi tuffai lasciandomi attraversare da quel liquido rinfrescante. Qualche bracciata. Poi uscii dall’acqua. Ricordo benissimo che passando accanto alle due sirene percepii qualche frammento di parola provenire dalla loro bocca. Rimasi spiazzato. Parlavano un ottimo italiano. Capii quindi che fossero della nostra stessa patria. La situazione non mi sembrò più a nostro vantaggio. Ne parlai con Gianni. Molto più sommessamente di quanto avevamo fatto in precedenza. Non potevamo rischiare di farci sentire ora che avevamo la certezza che fossero italiane. Convenimmo fosse un dispiacere. La solita sfiga.
Quello che pensavamo con convinzione era che anche loro fossero convinte noi fossimo stranieri. Francesi, inglesi, svedesi o arabi. Si, perché il maschio estero, come la donna estera, attira e arrapa molto di più di quello nostrano. Assioma numero cinque del capitolo primo. Teorie e sistemi dottrinali sulla figa. Quel qualcosa, che fino a poco prima sembrava scricchiolare, adesso non stava più in piedi. Poi i due maschi si alzarono e raggiunsero le loro proprietà private, e tettute, in riva al mare. Non ci feci caso fino a quel momento ma quando li ebbi lì, in piedi accanto a quei due fondoschiena sconvolgenti, mi resi conto di quanto fossero catorci quegli uomini. Quello pieno di tatuaggi e muscoloso aveva un accento romano. Si, ora ne eravamo certi. Erano due coppie di italiani in vacanza. Fidanzati. Le due ragazze sembrava distanti anni luce da quei due rottami - come suggerì Gianni azzeccando la definizione - Quattordici verticale: Detriti, cocci. Il mio amico si alzò per buttarsi in mare. Forse per il caldo, forse per lo sconforto. Forse per tutt’e due. In quello stesso momento un uomo barbuto - magari mandato da qualche Dio impertinente - si avvicinava con uno scatolo gridando ad alta voce amandes! Vidi l’omone-tricheco con una collana d’oro, un crocifisso che pendeva sul petto peloso, avvinghiare la bruna. Fu l’ultima cosa che distinsi prima di stendermi pancia in sotto e chiudere i miei occhietti stanchi. Udii voci italiane provenire dalla riva. Udii la voce di Gianni parlare e spiegare che le amandes non erano altro che mandorle. Udii il suono flautato di una delle due ragazze ringraziare e poi ridere. Udii ancora chiacchierare quegli italiani tamarri in vacanza con due sventole molto probabilmente celebro lese - ecco che si palesava il mio completo accordo con le teorie e i sistemi dottrinali, il mio orgoglio ottuso e nullista e il mio rosicare. Si, forse quest’ultimo si palesava più di tutti -. Udii ancora Gianni. Sempre più abile nel guadagnare punti in simpatia, saggezza, senso pratico e fiuto del gol. Fece concludere l’affare delle mandorle ai quattro. Ritornò dopo poco, risvegliandomi dal torpore. Non fui molto sorpreso quando mi comunicò che aveva fatto amicizia con le due coppie. Mi disse che le ragazze insistevano nell’invitarci a fare un bagno con loro. Questo mi meravigliò molto di più. Cosa poteva esserci di divertente nel prendere un bagno con due strafighe mostruose e i loro corrispettivi fidanzati per i quali nutrivo già un forte senso di odio misto a ripugnanza? Mi convinsi comunque. Fu facile dato che la bruna, dalla battigia, mi squadrò ancora. Respirai profondamente. Mi alzai e li raggiungemmo. Alessandra e Marina. La bionda e la bruna. Saverio e Michele. Il manzo e il bovino. Marina mi strinse la mano con decisione mentre si presentava. Anche Michele lo fece, ma per via della sua rozzaggine e della sua manona da un chilo. Sembrava una bistecca alla fiorentina. Saverio rimase sulle sue. Un’aria da sufficienza. Aveva un fisico scolpito.
Ci buttammo in acqua tra lo scetticismo di noi uomini. Si vedeva che era una cosa fatta così, tanto per fare. Un tentativo di fare amicizia e “fare gruppo” tra italiani all’estero. Immaginavo già che tutto sarebbe finito una volta usciti dall’acqua. Ciao, ciao e arrivederci. Le due ragazze però sembravano contente. C’era un grande feeling tra di loro. Ridevano, scherzavano. Noi dietro a nuotare. Come quattro pescatori inseguono due salmoni norvegesi di prima qualità. Michele, dopo un po’, cominciò ad avere difficoltà natatorie. In effetti era contro natura. Era come pretendere da una cinquecento scassata e carica di bagagli di salire su per strade ripide e tortuose. Le ragazze insistettero, dicendo che volevano spingersi ancora più in là. Guardavo quell’uomo che annaspava pur di fare piacere alla sua donna e mi fece pena. Saverio, invece, nuotava tranquillamente. Tirava giù come un delfino. Non so cosa pensasse Gianni in quei momenti, ma mi pareva contento. Forse, quella biondina, lo aveva già stregato. Chissà. Arrivammo in un punto molto lontano dalla riva. Vedevamo sulla spiaggia puntini invece che sagome ormai. Marina propose di fare un po’ di immersione. Una gara di apnea. Ricordo bene le sue parole, come ricordo bene quei seni vigorosi proiettati verso di me mentre mi guardava sorridente. Saverio non se lo fece ripetere due volte. Fu allora che Alessandra fece cenno a Gianni di immergersi con lei. Rimasero sotto per un po’. Tutti e tre. Io, la sirena e il balenottero, intanto, facevamo il morto a galla. Era passato già un po’ di tempo. Non ricordavo le capacità toraciche e polmonari del mio amico ma ad ogni modo l’ atteggiamento di Marina mi turbò. Sembrava controllarsi spesso intorno. Quando riemersero, vidi solo Gianni ed Alessandra. Tossirono con forza e ripetutamente. Io rimasi per un istante freddo. Non capivo cosa stesse succedendo. Forse non volevo capire. Michele chiese dove fosse Saverio. Poi vidi Marina ed Alessandra avventarsi su di lui. Lo spinsero con forza sotto. Anche Gianni si accanì contro di lui. Michele si dimenò e il mio amico beccò una gomitata sul mento. Allora intervenni io. Cominciai a spingere sotto quell’omone grasso. Cominciavamo a scendere piano, piano. Alessandra aveva colpito con una pietra quell’uomo. Probabilmente una pietra presa poco prima nel fondale. Io, Gianni e la ragazza bionda spingevamo il corpo senza sensi di quell’uomo, giù in profondità. Raggiungemmo degli scogli sul fondo di quella zona di mare. Vidi il corpo di Saverio, anch’esso senza sensi, incastrato tra dei massi. In poco tempo incagliammo anche il corpo di Michele. Poi risalimmo su. Un lunghissimo respiro. Tossii con tutta la forza che avevo in corpo. Marina ci aspettava lì. Dopo qualche istante, una scossa adrenalinica percorse la mia schiena. I miei nervi si drizzarono in piedi. Cominciai a ridere istericamente. Prima Alessandra, poi Gianni e Marina cominciarono a fare lo stesso. Avevamo ucciso due uomini, ma la sensazione che avevo addosso era come il tremito che ti percuote dopo un birrone ghiacciato buttato giù tutto di un sorso. Vedevo già Alessandra e Gianni baciarsi con frenesia. Marina mi si avvicinava con aria eccitata. Quando fu a meno di un metro da me, si fermò e si slacciò il costume di sopra. Vidi le sue protuberanze stringersi al mio petto. Le sue braccia avvinghiarsi al mio collo. La ficcai la lingua in bocca e le strinsi le cosce. Poi le chiesi: Cosa cazzo abbiamo combinato? Ridemmo di gusto, e mi piacque ancora di più. Si levò anche il pezzo di sotto.

Comments

Il sale marino pareva sorreggerci nella cadenza ritmica dei movimenti, scanditi da un’acqua impazzita, spumeggiante tutt’intorno e dai battiti di cuori accelerati e rincoglioniti, ma per questo vivi.

Non mi rendevo conto di nulla tanta era la foga, e le brevi occhiate involontarie buttate ad Alessandra e Gianni lasciavano intendere l’istinto che ci accomunava. Il gruppo era giusto, la situazione ideale, erano stati ammazzati due uomini ma in fondo non ci interessava, Another One Bites the Dust. Breve. Faticoso. Fantastico. Intenso. Violento. Pericoloso. Curioso. Armonioso.

Esausti nuotavamo verso la riva, io e Gianni in testa, incuranti. Raggiunti i teli ci buttammo di peso i nostri corpi caldi di sole, sesso, movimento ma nel contempo freschi di acqua e di eventi. Le palpebre socchiuse per qualche istante, il piacere della pelle bagnata che pare rifocillarsi sotto i raggi del sole, aprendo i suoi pori e drizzando le sua peluria così velocemente ed istintivamente da risultare un processo incontrollabile sino a quando, riaprendo gli occhi, mare e spiaggia sembravano aver inghiottito il nostro incontro estivo…but Nevermind.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3 (6 voti)

Dopo aver perso completamente il senso del tempo, tra baci liquidi, carezze salate e una prolungata e fresca penetrazione, tornammo tutti e quattro a riva, apparentemente tranquilli e rilassati come turisti dopo una nuotata. Gianni sembrava geneticamente mutato : rideva con la sua bella di gusto, si comportava da fidanzato di vecchia data, scherzando con sua "moglie", punzecchiandola, baciandola, guardandosi furtivo intorno cercando di non farlo notare, in un mix di decisione e goffaggine unico.
Io mi sentivo allucinato : l'adrenalina dell'omicidio si era fusa con quella del rapporto sessuale, bramato, sognato in quei pochi sguardi che ci eravamo scambiati prima della nuotata, e il tutto aveva ovattato ogni suono e resa opaca la mia vista.
Marina mi guardava in silenzio con un ghigno accennato, che se da un lato la rendeva tremendamente sensuale e vogliosa, dall'altro, ne lasciava trasparire una crudeltà cieca, un'ambizione smisurata, e in qualche modo la sicurezza di chi può fare il male impunemente.
Lasciammo la spiaggia e così com'eravamo vestiti, andammo a bere nei locali sul lungomare : vino, birra, martini, vodka e succo di limone, di nuovo vino, concludendo la serata tutti e quattro ubriachi e stanchissimi. Parlai molto poco, limitandomi ad assecondare la verve isterica di Gianni di tanto in tanto. Marina a metà serata si era fatta scura in volto : invidiosa dell'amica a suo agio con Gianni, incapace di comprendere come un uomo potesse scoparla per poi non rivolgerle la parola, cosa che credeva solo lei essere in grado di concedere o di fare in prima persona. Rimanemmo in spiaggia a guardare il mare scuro puntellato di lucine, i riflessi della Croisette sembravano specchiarsi nell'acqua, vanitose ed elitarie. Gianni si allontanò per un bisogno, io senza pensare scagliai un masso in testa a Marina , e mi fiondai su Alessandra tappandole la bocca con la sabbia e finendola a pugni. Gianni tornò e vide la scena : dapprima trasalì e parve avere un mancamento. Poi mi guardò esterefatto, bianco in volto. Io accesi una sigaretta, fumando avido e nervoso, mentre lo osservavo adoperarsi a gettare i cadaveri in mare.
Mi presi la testa tra le mani quando sentii Gianni ridere a squarciagola, mentre sbatteva i corpi sui sassi, come si fa coi polipi, lanciando urla provienti da chissà quale anfratto scuro della sua anima.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3.3 (6 voti)

- come hai detto che ti chiami, caro? – disse marina tra i baci, con un’occhiata alla ‘mostro di milwaukee’. – paolo, mi chiamo paolo - mentre rischiavo di diventar papà dei suoi figli a venire e gianni sbraitava di certe perversioni da attuare. la leggenda del pappone sul tirreno. questa sinestesia da situazione al limite era in quel momento naturale. – dobbiamo andar via - marina si staccò da me, un divorzio corporale doloroso - ci sono degli scogli lì a destra, io e la ale abbiamo ormeggiato una barchetta partendo da un’altra baia ancora oltre..raggiungiamola insieme, a riva abbiamo anche un’auto..ci godremo i soldi di quei bastardi! ok amore? - .
mi chiamò amore. scopammo in mare e il suo ultimo flirt intanto nutriva mezzo circondario subacqueo. accettai, guardandomi intorno, nel nulla del tirreno non si poteva giudicare un patto col diavolo. – gianni! smettila d’inscenare NEMO chiave porno! nuotiamo verso gli scogli! e occhio..! - credo bastasse a fargli capire fosse meglio nuotare dietro alessandra, senza distrarsi tra cosce e chiappe. invitai marina a partire, - sincronetta, la seguo - dopo un ghigno di sufficienza spietata, sgambettò davanti a me. avevo detto a gianni di stare in guardia, ma chi non controllava gli ormoni ero io; l’interruptus marino m’aveva sballato, infastidito. polverizzata l’euforia killer-sessuo-demenziale che bruciava in me. le ragazze sembravano rilassate, diaboliche e professionali. un mix più pericoloso della nostra stupida euforia.
arrivammo ai dannati scogli, io stremato ormai, anche nel desiderio carnale. gianni pretese ‘dalla ale’ un’ultima performance lì, sulle rocce. – a che pensi deficiente?? – sorrideva marina. e m’insultava. se cercavo conforto in gianni, incontravo reazioni di chi sa non ci sarà domani. cosciente e rassegnato al guaio in cui eravamo? porco giuda. il mio riferimento in quelle ore era lui. potevo seguire un factotum pronto a finire sul banco del macellaio? – nulla, sono frastornato. normale no? - . – sì, sì.. - mi rispose vaga, in modo strano. marina, quanti uomini avrai già ucciso? due sicari pieni di curve. volevano gambizzarci per qualche sgarro? naaah. le industrie di caffè non si sarebbero occupate di noi, talmente contavamo poco. l’uomo ragno sì, ebbe il privilegio d’esser fatto fuori dalla lavazza o dalla kimbo, non so. pensavo e non parlavo, ma remavo. marina mi squadrava, avida. ora mi si gelava il sangue per quelle attenzioni. gianni remava a tutto spiano e chiacchierava con quell’altra. blablabla lui, blablabla lei.
raggiunta la nuova spiaggia trovammo l’auto, una jeep mal tenuta. le targhe rimosse. – gianni, visto? hanno tolto le targhe, che avranno in mente ‘ste due?- -non saprei, ma alessandra m’ha detto che hanno due targhe nuove da applicare..si muovono come mantidi..- -mmm..qualcosa mi turba gianni. come ci troviamo qui? abbiamo fatti dei passi lunghi più della croisette, altro che gamba..- -ascolta paolo, so come si trovano loro qui! m’ha detto tutto quell’oca impazzita, gran maiala però! dobbiamo mollare, scappiamo! ti dico: marina è spiantata e ha ucciso il tricheco per soldi, cazzo! alessandra è ricca e ha seccato tattoo-gambero per noia. siamo nella merda! a loro servivano solo braccia per uccidere e remare..–
marina progettava il futuro ad alta voce, coinvolgendo me e gianni. guidavo verso la spiaggia dove c’eravamo incontrati: dovevamo recuperare borse con soldi e documenti di tutti, cadaveri compresi. mi toccava anche il ruolo di autista. passate alcune ore dal folle gesto ci trovammo in albergo a scopare, bere e urlare, ricchi e senza futuro. un buon futuro eh, ma non riuscivo a cancellare le parole di gianni , ‘a loro servivano solo braccia per uccidere e remare..’. anche io e gianni eravamo partiti dall’italia con abbastanza soldi per la vacanza. pompai coi drinks. stavolta cercando conforto in gianni, un cenno del viso mi fece capire era il momento entrassimo in scena io e caprelli gianni, decisi a offendere i fegati nostri e altrui per far parlare le ragazze grazie all’alcool. credo marina avesse capito qualcosa in me non andava. dopo cinque bicchieri di champagne d’un fiato ancora la guardavo, incuriosito e brillo, ma serio. – vado a bere in terrazzo e fumo una siga - sussurrò senza guardarmi. nessun interesse gianni o alessandra la sentissero. prese la bottiglia di champagne e s’avviò fuori furtiva, in uno spazio per muoversi ch’era quello di una camera doppia in uno dei migliori hotel di cannes. per i passi furtivi immagino scenari selvaggi o underground. accesi anch’io una sigaretta, non so come l’avesse fatto marina, ma io l’accesi nervosamente. continuavo a spiarla dalla stanza; gianni e alessandra limonavano e si palpavano. ubriaca lei, brillo scatenato lui. bene. mi diressi al terrazzo, paglia in mano, humphrey bogart in mente. marina maneggiava con la bottiglia. - dolcezza, che fai? – la vidi chiaramente rimettere nella giacca del tailleur un piccolo flacone. chiaramente. – ehi, che pensi di fare idiota? che stavi sgranando nella bottiglia? gianni! ‘sta vedova nera del cazzo aveva una sorpresa per noi! - il caprelli s’alzò dalla poltrona sudaticcia e sformata; lui e la sua amichetta s’erano comportati da sessuomani, ‘satiriasi maschile o ninfomania femminile’. alessandra da qualche minuto sognava d’essere la principessa grace, ma non credo la principessa russasse come una pecora isterica.
il tempo d’un altro ghigno di marina, che nel tailleur aveva nascosto anche un piccolo revolver. diamine. sentii, ricordo, due spari. poi buio e urla e la voce di gianni, una voce sicura, di chi avrebbe risolto i problemi.
in ogni posto visitato mi piaceva guardar le stelle. chissà se il cielo è diverso nei suoi nei a seconda di quale parte del suo corpo osservi. cannes m’aveva colpito per profumi ed empatie, alle stelle non avevo pensato. da tempo non le fissavo, avrei voluto.
per un mesetto dovetti accontentarmi del neon della stanza d’ospedale a cannes, dove venni ricoverato per ferite d’arma da fuoco, in piena spalla, quasi frantumata, e alla coscia. avevo perso molto sangue. non incontrai gianni, ma sui giornali lessi la nostra storia: ‘il caprelli scagliava contro la povera donna una bottiglia di champagne, appena stappata, colpendola in pieno capo e uccidendola’. chiamata un’ambulanza per me, si ritrovò in manette con l’accusa di triplice omicidio volontario, complice il sottoscritto. un piccolo peschereccio aveva notato le carcasse dei due esemplari da museo oceanografico uccisi il giorno prima.
posso dire che ero felice d’esser vivo, in tutti i sensi. non ero in una bara e mi sentivo forte come a 6 anni. con gianni ci saremmo visti dall’avvocato: volevo solo abbracciarlo. il mio terrore adesso era affrontare la giustizia preventiva che in meno di 24 ore c’aveva massacrati, per render chiaro a tutti che noi invece eravamo portatori d’una giustizia non corrotta. incarnavamo eroi da chanson de geste. certo, rolando e guglielmo d’orange. altroché, eravamo solo due nerds sfigati.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3 (6 voti)

Non riuscivo a crederci, una donna come quella, con il suo fisico scolpito e tonico, con quelle forme prosperose da rimandare alla mia mente addirittura Sofia Loren era lì davanti a me e solo per me. Pronta per trasformare la mia vacanza con Gianni una vacanza memorabile! Stavo per realizzare uno dei sogni della mia vita: fare sesso in mare, vicino ad una spiaggia piena di persone, con una donna mozzafiato.

Nessuno mi avrebbe mai creduto. Non mi importava, avevo una delle occasioni più spettacolari della mia vita e stavo pensando a troppe stupide cose.

L’afferrai per i fianchi e misi le sue gambe intorno alla mia vita continuando a baciarla in modo frettoloso oramai completamente travolto dalla passione. Potevo sentirla fremere sotto le mie mani che intanto esploravano il suo corpo. La passione si stava trasformando in tormento, la volevo avere subito, non riuscivo più a trattenermi oltre.

Ma quando oramai la mia mente era offuscata solo dal pensiero di possederla e farla mia lei si divincolò e si allontanò. Cercai di fermarla, di riportarla a me ma non ci riuscii.

La vedi nuotare via da me veloce come solo una sirena saprebbe fare, e tuffarsi e sparire poi nelle profondità del mare.

Ero sconvolto, allucinato, incredulo. Mi voltai per cercare Gianni e Alessandra e non li vidi, né lui né lei. Ero solo. In uno splendido azzurro mare a largo delle spiagge affollate di Cannes. Ero rimasto lì a galleggiare sotto un torrido sole estivo, con in bocca il sapore dei baci di quella splendida musa scappata da me in un lampo. Restai ancora in acqua cercando di capire cosa realmente fosse accaduto, ancora amareggiato dal non raggiungimento del mio sogno. Sogno… fosse stato solo un sogno? Ma sulle acque poco lontano da me potei vedere il suo costume galleggiare, il costume di una musa che aveva aperto il cassetto dei miei sogni e vi aveva giocato per un po’, lasciandomi solo a credere che fosse tutto un sogno.

Il tuo voto: Nessuno Media: 3.1 (9 voti)

Invia nuovo commento

Il contenuto di questo campo è privato e non verrà mostrato pubblicamente.
CAPTCHA
Sei una persona o un robot?

Copyright

I diritti d'autore dei contenuti di questa pagina appartengono ai rispettivi autori/utenti del sito www.studentimacerata.it

  • Teliad, il mercato dei link testuali
  • Partners su studentimacerata.it
  • Viaggia Insieme - Il Car Pooling in Italia
  • Bar.it società cooperativa
  • Faber café Macerata

Studenti Macerata Social Network